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Pandemia / SARS-CoV2

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12 Ottobre 2020 - Covid-19

Risponde: Roberta Termini , Therapeutic Area Medical Manager. Infectious Diseases&Vaccines.

La pandemia generata dal virus SARS-CoV-2 non è la prima nella storia. L’OMS ha definito diverse categorie per le epidemie in base alla mortalità, più sale la mortalità più aumentano le misure restrittive per evitare il contagio.

Leggi la trascrizione dell'intervista

Parliamo di epidemie. Le malattie infettive tipicamente causano epidemie, le hanno sempre causate lungo tutta la storia dell’uomo e verosimilmente continueranno a causarle. In questa figura vediamo una serie di epidemie e vediamo che la dimensione che questi che io chiamo pon-pon definiscono la mortalità causata dalle epidemie stesse.

 

La prima epidemia di ci si abbia notizia è quella che viene definita la “Piaga di Antonino” che si è verificata nel corso dell’Impero Romano e che verosimilmente dai documenti si ritiene fosse un’epidemia di vaiolo che è stata trasportata lungo tutto l’impero dai movimenti delle truppe romane.

 

Più avanti nella storia nel medioevo intorno al 1300, abbiamo la famosa “Morte Nera”, l’epidemia di peste bubbonica. Questa era stata trasportata probabilmente attraverso i commerci. E’ interessante quest’epidemia, perché nella Repubblica di Venezia per la prima volta è stato messo in atto quello che oggi definiamo il distanziamento sociale. Cioè erano stati proclamati degli editti in cui si obbligava la popolazione a restare in casa e non avere contatti gli uni con gli altri allo scopo di limitare la diffusione del virus, anzi del batterio.

 

Veniamo poi, un po’ più vicino nella storia, all’inizio del secolo scorso con la famosa epidemia di influenza “Spagnola”, che è rappresentata da questa palla verde, e vediamo che la dimensione della palla come ho detto rappresenta la mortalità e quindi la palla più grossa vuol dire mortalità più elevata. La mortalità dell’influenza spagnola sappiamo che è stata molto elevata e, più vicino ancora ai giorni nostri cioè nei decenni passati l’epidemia di AIDS che per altro non è ancora finita è semplicemente tenuta sotto controllo dal fatto che esistono terapie farmacologiche.

 

Le epidemie poi, quando si diffondono in tutto il mondo vengono chiamate pandemie.

 

Venendo al nostro virus SARS-CoV2 vediamo che la pallina è ancora piccola, ma perché non sappiamo quale sarà la reale mortalità che si verificherà poi alla fine speriamo dell’epidemia. In questo caso la pandemia è stata dichiarata dall’OMS l’11 marzo del 2020.

 

In questa figura invece vediamo una freccia che rappresenta le categorie. L’OMS ha infatti anche categorizzato le epidemie, sempre sulla base del tasso di mortalità. In realtà è una categorizzazione non così semplice, perché il tasso di mortalità dovrebbe essere costituito dal numero di decessi sul numero totale degli infetti, ma come sappiamo dall’epidemia attualmente in corso il numero vero degli infetti non è ancora definito, per cui noi possiamo soltanto ipotizzare quale può essere la mortalità. Ad ogni modo, esistono categorie basse appunto: la 1, la 2 e in parte la 3; e poi delle categorie molto alte. Sulla base di questo presunto tasso di mortalità la nostra epidemia di COVID-19 sarebbe una categoria 3 o anche 4. Ma cosa rappresentano anche queste categorie fatte dall’OMS? Rappresentano in primis la capacità di comprendere la gravità anche se appunto senza un vero e proprio denominatore, ma soprattutto quali sono le strategie di intervento da mettere in atto. Queste categorie sono state tra l’altro create dall’OMS per le epidemie più frequenti, cioè le epidemie di influenza, ma si applicano anche a virus diciamo così sconosciuti, come era il SARS-CoV2 prima di questa epidemia.

 

E’ interessante notare che già nelle prime categorie, le più basse, la raccomandazione dell’OMS è quella di chiudere le scuole. Perché? Perché i bambini tendenzialmente hanno molta fisicità, stanno molto vicini gli uni agli altri e quindi si infettano molto facilmente. Nel caso nostro del SARS-CoV2 i bambini hanno una viremia anche importante, però, per fortuna, sembra che siano più asintomatici rispetto agli adulti. Ciò non toglie che quando vanno a casa possono infettare la famiglia e soprattutto i nonni che sono una categoria più fragile e quindi più a rischio anche di mortalità. Dopodiché, salendo nelle categorie 2 e 3, si cominciano a introdurre delle misure di riduzione del contatto con la comunità e, per quanto riguarda l’influenza, si instaura una profilassi farmacologica domestica, cioè i pazienti vengono trattati a casa.

 

Nel caso del COVID-19 non esiste una terapia farmacologica, però chiaramente chi è asintomatico o con pochi sintomi, si dice “paucisintomatico”, deve restare a casa.

 

Dopodichè, salendo ancora, si mettono in atto le chiusure di diverse attività. Si parte dalle attività più pubbliche, cioè cinema, teatri, stadi, eccetera, e poi si arriva al vero e proprio lockdown nelle categorie più alte. Questo è quello che è successo con questa pandemia.

 

E’ interessante notare anche il fatto che c’è uno studio australiano, che è stato condotto qualche anno fa in un paese di circa 30.000 abitanti, che ha valutato anche l’impatto economico del mettere in atto queste misure e ha proprio rilevato che una chiusura per esempio delle scuole per 8 settimane ha un impatto economico inferiore al lasciare aperte le scuole, perché i costi sanitari sarebbero superiori a quelli che possono essere i danni economici.

 

Un altro fattore da ricordare per quanto riguarda queste categorie è che le misure che si mettono in atto devono essere facilmente descalate quando la categoria si abbassa di nuovo. Quindi quando il virus comincia a circolare di meno bisogna pian piano ricominciare con le aperture, esattamente nello stesso ordine con cui erano avvenute le chiusure.

 

Un’altra cosa importante è che teoricamente, questo prevederebbe il documento, la riapertura totale di tutte le attività e quindi il ritorno a quello che è diciamo una vita normale, dovrebbe avvenire solo 12 settimane dopo che non si sono verificati più casi. Questo non è il caso dell’attuale epidemia, perché ovviamente a questo punto i danni economici ovviamente sarebbero superiori a quelli che potrebbero essere i danni sanitari.

 

La cosa importante quindi in questi casi è porre la massima attenzione per evidenziare eventuali focolai che si determinano, essere in grado immediatamente di mettere in atto le misure più restrittive per circoscrivere il focolaio ed evitare che l’epidemia si sparga di nuovo.

 

Un’altra cosa interessante è un paragone con l’influenza spagnola che abbiamo citato. In questa figura vediamo sulla parte sinistra come ci sia stata una curva epidemica e poi una seconda curva, tanto temuta, seconda ondata. Questo perché? Perché se si allentano le misure restrittive troppo presto il virus continua a circolare e quindi si può verificare una seconda ondata. Ed è questa appunto la paura del COVID-19, perché abbiamo detto per motivi economici ovviamente, abbiamo dovuto per forza cominciare a creare delle aperture anche quando, secondo il documento dell’OMS, era un po’ troppo presto.

 

Sulla destra invece di questa figura è interessante notare come anche nel 1918 quello che era, diciamo così, un assessore alla sanità della città di Chicago, aveva affisso nei luoghi pubblici un manifesto in cui diceva alle persone “se avete dei sintomi state a casa, state a letto e non andate in giro prima che tutti questi sintomi vi siano passati”. E anche qui, distanziamento sociale quindi e come in questa foto, sempre del 1918, di una manifestazione della polizia si vede sia il distanziamento sociale sia il corretto uso delle mascherine da parte di tutti.

 

Parliamo di virus, virus SARS-CoV-2. Abbiamo detto è un virus della SARS, un’epidemia che già era nota e tipicamente questo virus è costituito da queste protrusioni che sono quelle che lo fanno chiamare “Coronavirus” e queste protrusioni, o “spike”, sono quelle che permettono al virus di legarsi ai recettori delle cellule e quindi di infettare le cellule stesse. Una volta che il virus è entrato nella cellula, inizia il suo processo replicativo. Quindi esistono poi una serie di enzimi che permettono sia di replicare il suo RNA, sia di tagliarlo e produrre cellule virali nuove.

 

Le proteine spike come abbiamo detto cioè le protrusioni, quelle che formano la “corona” del Coronavirus, sono l’oggetto di studio per creare i vaccini. E’ interessante notare che ad oggi ci sono circa 180 vaccini in sviluppo, quindi tantissimi, e speriamo che rapidamente qualcuno di questi veda la luce. Ce ne sono alcuni che sono in una fase più avanzata ed altri che sono invece sono ancora in fasi molto precoci. Una cosa importante da ricordare è che quello che fa un vaccino è quello di creare una immunogenicità, cioè di crearci gli anticorpi, in modo tale che, se veniamo in contatto poi con il virus, noi abbiamo già degli anticorpi che sono in grado di neutralizzare il virus.

 

In questa accelerata che c’è per lo sviluppo dei vaccini attuali, bisognerà testare i vaccini sulle cosiddette popolazioni a rischio, quindi probabilmente i primi saranno i sanitari, cioè quelli che sicuramente possono venire in contatto con il virus e vedere se questi sviluppano gli anticorpi. Ma lo sviluppo di anticorpi non è sufficiente, bisogna anche aspettare che poi si generi appunto una vera e propria risposta al virus, cioè valutare l’efficacia. In questa corsa al vaccino e soprattutto in questa corsa a cercare di bloccare questa epidemia bisognerà probabilmente mettere in commercio dei vaccini, se questi arriveranno appunto ad una fase finale di studio, avendo a disposizione soltanto i dati di immunogenicità, cioè noi sapremo se questo vaccino crea gli anticorpi, ma quale sia poi la reale risposta delle persone a questi anticorpi, sarà tutto da vedere e lo vedremo probabilmente già su una popolazione generale.

 

Poi, all’interno del virus stesso, abbiamo detto ci sono altre strutture, che sono tendenzialmente proteine e enzimi, che sono quelle che ne permettono la replicazione e questi andranno a costituire il target invece per creare una terapia farmacologica. Ad oggi sappiamo che non esiste una terapia farmacologica specifica per questo virus.

 

Quindi cosa possiamo fare? L’unica cosa che possiamo fare, come vediamo in quest’ultima slide, sono il distanziamento sociale. Vediamo che, se stiamo a meno di un metro, la probabilità di essere infettati è superiore al 12%, mentre invece se ci allontaniamo a più di un metro la probabilità di essere infettati scende a poco più del 2%. Se teniamo la mascherina abbiamo una probabilità di essere infettati che è attorno al 3%, se invece non mettiamo la mascherina superiamo il 17%. E un’altra misura sono gli occhiali, perché anche gli occhi permettono, cioè attraverso la mucosa degli occhi possiamo inglobare il virus, per cui avere gli occhiali o non averli può fare la differenza. Anche in questo caso 5% se porto gli occhiali e invece 16% se non porto gli occhiali.

 

Quindi ancora, come già detto per l’influenza spagnola, se andiamo in giro dobbiamo portare la mascherina e soprattutto dobbiamo sempre mantenerci a distanza da tutte le persone, è una cosa difficile ma dobbiamo imparare tutti a farlo finché non ci saranno una terapia farmacologica o un vaccino.

 
 

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