Utilizzo dei biosensori nel tumore alla prostata

Utilizzo dei biosensori nel tumore alla prostata

3 Agosto 2016

L’uso di tecnologie impiantate nel corpo del paziente potrebbe modificare la diagnosi e il trattamento del tumore.

Utilizzo dei biosensori nel tumore alla prostataUn biosensore in vivo è una tecnologia in fase di sviluppo che permetterà di valutare l’attività biologica del tumore, così da consentire una radioterapia esterna mirata, che venga adattata alla condizione individuale del paziente. L’inserimento di un simile dispositivo all’interno del corpo creerebbe dei veri e propri organismi cibernetici.
Il concetto di “cyborg” è stato mutuato dalla narrativa e, soprattutto dalla fantascienza, e sta ad indicare un individuo in cui sono stati innestati membra, protesi oppure organi sintetici.

 

Sul concetto di cyborg si è soffermata anche la Medicina: un recente studio condotto dalla University of Edinburgh, per esempio, ha analizzato l’utilizzo di biosensori in alcuni uomini con tumore alla prostata in remissione, definiti nella ricerca “everyday cyborgs”, ovvero “cyborg nella vita di tutti i giorni”.
I biosensori sono dei dispositivi medici attivi, ovvero degli strumenti dotati di software che vengono totalmente o parzialmente introdotti nel corpo del paziente e trovano applicazione in ambito diagnostico e terapeutico.

 

Il tumore alla prostata spesso ha un’insorgenza asintomatica: fino al momento dell’effettiva diagnosi, il paziente difficilmente sa di essere malato, perché i primi sintomi si manifestano come fastidiosi disturbi legati all’età e all’invecchiamento dell’organismo. Questo particolare tumore, inoltre, va a colpire proprio l’identità maschile e la virilità, perché si manifesta nella maggior parte dei casi con l’incontinenza e l’impotenza, e, tra l’altro, questi fenomeni possono essere ulteriormente aggravati dalle cure.

 

Secondo la ricerca della University of Edinburgh, pubblicata sulla rivista britannica Science as Culture, gli uomini affetti da tumore alla prostata si sono dimostrati molto interessati alla possibilità di utilizzare dei biosensori, soprattutto perché questa malattia minaccia la loro mascolinità e l’utilizzo di protesi o strumenti simili permetterebbe loro di mantenere il controllo e agire in risposta ai principali effetti collaterali.
Gli individui studiati da questa analisi si erano sottoposti a radioterapia ed erano in fase di guarigione. Durante il ciclo di radioterapia erano stati loro impiantati i cosiddetti semi d’oro, sorgenti radioattive posizionate all’interno della prostata, che rimangono nel corpo del paziente al termine delle cure. Queste persone erano, di conseguenza, già abituate ad avere un oggetto installato nel loro corpo a fini terapeutici.

 

I ricercatori hanno valutato, attraverso questionari e interviste, la disponibilità e l’interesse dei partecipanti ad utilizzare biosensori per il trattamento e il controllo della loro patologia.
I risultati sono stati incoraggianti, anche se il campione intervistato è geograficamente e quantitativamente limitato: i pazienti a cui erano stati impiantati dei semi d’oro nella prostata avevano la percezione di essere dei veri e propri “cyborg” e provavano fiducia nei biosensori perché proteggevano il loro corpo e conferivano loro il controllo sulla malattia.

 

I biosensori vengono utilizzati nel monitoraggio del tumore alla prostata per valutare l’efficacia delle terapie e l’evoluzione del cancro. Inoltre, questi strumenti potrebbero aiutare a pianificare alcuni trattamenti come ad esempio la radioterapia, nel momento in cui il tumore è più debole, rendendolo quindi più vulnerabile.
Poter intervenire con la radioterapia nel momento giusto garantirebbe un migliore rapporto costi-benefici, una risposta ottimale del paziente e minori effetti collaterali.

Fonte: Haddow G, King E, Kunkler I, McLaren D, Cyborgs in the Everyday: Masculinity and Biosensing Prostate Cancer, Science as Culture 2015, 24:4, 484-506, DOI: 10.1080/09505431.2015.1063597

AIMaC, La radioterapia per il cancro della prostata

 

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