Un tris di geni nel carcinoma a basso rischio

Un tris di geni nel carcinoma a basso rischio

19 Settembre 2013

Un test per capire l’aggressività del tumore della prostata

Un tris di geni nel carcinoma a basso rischioMolti tumori della prostata di nuova diagnosi hanno un punteggio di rischio molto basso e perciò non richiedono alcun tipo di intervento; si opta in questi casi per tenere il paziente sotto osservazione. 

 

Bisogna però considerare che un basso punteggio di rischio può essere rappresentativo sia di malattia indolente, che presenta cioè un decorso non aggressivo e che non manifesta particolari sintomi, sia in una piccola percentuale di casi, di malattia con una progressione aggressiva.

 

Allo stato attuale, il grado di aggressività del carcinoma della prostata, una volta effettuata la diagnosi, viene determinato da diversi passaggi diagnostici che seguono un percorso preciso.

 

Inizialmente si esegue il test del PSA, si effettua un’indagine di esplorazione rettale, si procede poi con la biopsia e, se viene riscontrata la presenza di cellule tumorali maligne, si determina l’aggressività della malattia. In base poi ai dati ottenuti si decide quale strategia d’intervento seguire.

 

Alla luce di questi aspetti, risulterebbe molto importante distinguere precocemente i tumori indolenti dalla minoranza di quelli che risultano invece potenzialmente mortali, per evitare trattamenti inutili in quei pazienti che non ne hanno bisogno, ma intervenire efficacemente sui casi più aggressivi.

 

Uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, ha identificato 3 geni FGFR1 PMP22 e CDKN1A, come possibili marcatori di carcinoma prostatico a basso rischio. Si tratta di fattori coinvolti nel processo di invecchiamento cellulare e che si è visto essere associati a malattie prostatiche benigne.

 

Sono stati seguiti 43 pazienti con un punteggio Gleason inferiore a 6 e che presentavano i 3 marcatori per un periodo di 10 anni e si è visto come solo 14 di essi abbiano sviluppato una malattia aggressiva; inoltre nello studio preliminare è stato possibile identificare con precisione, quali malati a basso rischio, avrebbero poi presentato un tumore in progressione.

 

Si tratta di risultati ancora da validare e che si basano soprattutto su un campione di pazienti molto piccolo; è comunque interessante pensare che sarà un giorno possibile predire, grazie all’utilizzo di alcuni marcatori, il grado di aggressività della patologia in modo da decidere in tempi rapidi, se intervenire con trattamenti e strategie curative, piuttosto che tenere il paziente sotto semplice osservazione evitando le terapie e i relativi effetti collaterali.

Fonte: Science Translational Medicine, Settembre 2013

 
 
 

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