L’imaging molecolare nel tumore prostatico

L’imaging molecolare nel tumore prostatico

21 Aprile 2016

Gli strumenti diagnostici più avanzati di imaging molecolare lasciano intravedere nuovi scenari per la cura e il monitoraggio del tumore alla prostata. Uno studio della University of Oxford.

Tomografo ad emissione di positroniLa diagnosi del tumore alla prostata è spesso incerta, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia. Spesso l’esplorazione digitorettale e il monitoraggio dei valori del PSA sono affiancati da una biopsia della prostata su guida ecografica.
In questo contesto l’imaging molecolare (IM), strumento ancora poco diffuso, potrebbe ricoprire un ruolo importante nella diagnosi e nella gestione del tumore nei suoi diversi stadi.

 

Si tratta di sofisticati macchinari che trovano già applicazione in diversi ambiti diagnostici, in particolare in campo oncologico, neurologico e cardiologico. Anche nel contesto del tumore prostatico l’utilizzo di questi strumenti a livello clinico potrebbe consentire diagnosi più efficaci, ma anche permettere di sorvegliare la progessione del tumore.

 

Ma vediamo i dati. Uno studio della University of Oxford, pubblicato su Current Urology Reports, ha indagato il valore dell’imaging molecolare in relazione al tumore alla prostata: l’estrema sensibilità di questi strumenti di screening consentirebbe, infatti, di individuare in anticipo il ripresentarsi della malattia in seguito ai trattamenti e potrebbe permettere di identificare anche minime lesioni, favorendo la riuscita ottimale della terapia.

 

L’imaging molecolare (IM) si è affermato a partire dalla fine degli anni Novanta e ha permesso di rappresentare e visualizzare le interazioni biologiche a livello cellulare e subcellulare all’interno degli organismi viventi. Rispetto a tecniche di imaging tradizionali, quali ecografie e tomografia assiale computerizzata (TAC), le tecniche di IM riescono a sondare le anomalie biochimiche alla base di una patologia e per questo motivo potrebbero rappresentare uno strumento prezioso per comprendere la specificità individuale della malattia e per consentire l’adozione di terapie mirate per il singolo paziente.

 

Imaging molecolare e ricorrenza del tumore alla prostata

 

I responsabili della ricerca, Aaron Leiblich, Daniel Stevens e Prasanna Sooriakumaran, hanno prima di tutto analizzato gli strumenti di IM più recenti e innovativi. Poi hanno passato in rassegna le ricerche sperimentali degli ultimi quindici anni, per esaminare le applicazioni diagnostiche dei macchinari di IM nella valutazione del tumore alla prostata, soffermandosi sui risultati degli esami effettuati su pazienti che avevano subito una prostatectomia radicale.
I ricercatori hanno selezionato dati relativi a questo tipo di pazienti perché, seppure l’intervento di asportazione della prostata abbia l’obiettivo di curare il cancro localizzato, in certi casi si può verificare una ricaduta. Per questo motivo è essenziale che, dopo la prostatectomia radicale, i pazienti vengano sottoposti ad un regime di sorveglianza accurata che consenta di individuare l’eventuale ricorrenza del tumore. Attualmente questo monitoraggio si affida in gran parte all’esame dei livelli di PSA nel corso del tempo.

 

La revisione compiuta da Lieblich e colleghi si è soffermata sulle tecnologie di IM più all’avanguardia, a partire dalla risonanza magnetica iperpolarizzata (hyperpolarised MRI), che è in grado di monitorare il metabolismo delle molecole endogene, per poi proseguire con la tomografia ad emissione di positroni associata a tomografia assiale computerizzata basata sulla colina (choline PET/CT) oppure sull’antigene prostatico specifico della membrana (PSMA PET/CT), entrambe capaci di diagnosticare precocemente la ricomparsa della malattia.

 

Imaging molecolare e metastasi tumorali ossee

 

Un’altra importante applicazione dell’IM riguarda l’individuazione di metastasi tumorali che dalla prostata si diffondono alle ossa. Fino a questo momento le tecniche più utilizzate per valutare le metastasi sono state radiografie, TAC e scintigrafie, tuttavia queste tecniche presentano il limite di rilevare i cambiamenti che avvengono a livello osseo senza riuscire però a visualizzare la presenza di piccoli depositi tumorali a livello dello scheletro. La tomografia ad emissione di positroni con iniezione di fluoruro di sodio marcato con F18 (NaF PET) è in grado di indicare metastasi osteoblastiche anche di piccola entità, quindi risulta uno strumento funzionale alla diagnosi precoce.

 

Infine, la tomografia ad emissione di positroni basata su fluorodesossiglucosio (FDG-PET) risulta utile al monitoraggio della risposta alle terapie in pazienti con un tumore alla prostata in stadio avanzato, perché riesce ad evidenziare i punti in cui si verifica una maggiore concentrazione del recettore androgenico (AR), spesso responsabile della crescita del tumore alla prostata. La FDG-PET, quindi, potrebbe essere in grado di interpretare la reazione individuale ai trattamenti ormonali e/o alla chemioterapia in presenza di metastasi.

 

Il futuro dell’indagine delle anomalie genetiche nel tumore alla prostata

 

Se ulteriori esperimenti clinici avvalorassero le ipotesi teorizzate dai ricercatori della University of Oxford, l’imaging molecolare potrebbe in futuro rappresentare la nuova frontiera per la caratterizzazione genetica e biochimica dei tumori, oltre a diventare il punto di riferimento della medicina di precisione, in particolare nell’ambito diagnostico e nel campo della terapia antitumorale.
L’IM è potenzialmente applicabile alla gestione del tumore della prostata in tutti i suoi stadi e lascia intravedere nuovi sviluppi della medicina di precisione in campo oncologico.

Fonte: Leiblich A, Stevens D, Sooriakumaran P. The Utility of Molecular Imaging in Prostate Cancer. Curr Urol Rep. 2016; 17(3): 26. doi: 10.1007/s11934-015-0573-z
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26894753

 

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