In diminuzione gli interventi chirurgici alla prostata

In diminuzione gli interventi chirurgici alla prostata

19 Gennaio 2017

Nuovi trend nella chirurgia prostatica negli Stati Uniti: alcuni ricercatori provano a spiegare cause e conseguenze di questo fenomeno.

In diminuzione gli interventi chirurgici alla prostataUno studio pubblicato sulla rivista JAMA Surgery e condotto da alcuni ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York ha esaminato gli effetti delle linee guida e dei modelli di riferimento sulla diagnosi e sul trattamento del tumore alla prostata, in seguito alle raccomandazioni della U.S. Preventive Services Task Force (USPSTF) del 2012.
Abbiamo già esaminato in un precedente articolo l’impatto che queste raccomandazioni hanno avuto sulle diagnosi tumorali: il suggerimento di limitare lo screening del PSA e dell’esplorazione rettale ecoguidata per ridurre il rischio di sovradiagnosi e medicalizzazione non necessaria ha ottenuto diversi effetti, ma principalmente avrebbe determinato un aumento delle diagnosi di forme gravi di tumore alla prostata e contenuto, invece, l’identificazione di forme a rischio intermedio e potenzialmente curabili.
A motivare la decisione della USPSTF è stato soprattutto l’aumento delle diagnosi di tumori alla prostata a basso rischio, in molti casi indolenti e asintomatici: i pazienti con queste forme tumorali venivano talvolta sottoposti a trattamenti non necessari, i cui effetti collaterali potevano compromettere la loro qualità di vita.

 

La ricerca avviata dalla Weill Cornell Medicine ha esaminato la percentuale di interventi chirurgici eseguiti da 5.270 urologi negli ultimi 7 anni (dal 2009 al 2016) e registrato una diminuzione del 28,7% delle biopsie prostatiche e del 16,2% delle prostatectomie radicali.
Queste diminuzioni risulterebbero più significative nelle città americane più piccole (meno di 100.000 abitanti) e, inoltre, le biopsie prostatiche verrebbero eseguite in numero maggiore dagli urologi maschili in confronto al numero di interventi eseguiti da medici specializzati in Oncologia.
Parallelamente, questo studio ha evidenziato un aumento importante della sorveglianza attiva per i casi di tumore alla prostata a basso rischio, invece del ricorso a trattamenti chirurgici.

 

Secondo i ricercatori, questi dati sarebbero allarmanti, nel senso che la riduzione di interventi chirurgici per il trattamento del tumore alla prostata potrebbe significare una minore curabilità della malattia. A causa di questo fenomeno, alcuni pazienti «potrebbero perdere l’opportunità di essere curati», ha affermato il dottor Jim C. Hu, uno dei ricercatori.
Nello stesso tempo, però, bisogna mantenere una certa cautela nell’affermare che questo fenomeno è dovuto agli effetti delle raccomandazioni della USPSTF: potrebbero, infatti, essere intervenuti altri fattori non immediatamente lampanti.

 

Lo screening del PSA, per quanto il suo valore sia ancora oggi controverso all’interno della comunità scientifica, è ritenuto uno dei fattori chiave, insieme alle terapie disponibili, che hanno determinato la diminuzione complessiva del numero di casi e del tasso di mortalità del tumore alla prostata. Tra il 1991 e il 2008 si è osservata una diminuzione della mortalità per questa malattia del 39%, anche se sono aumentati i casi di tumore alla prostata metastatico, ovvero in fase avanzata e potenzialmente incurabile.

 

Può essere troppo presto per valutare oggettivamente gli effetti delle raccomandazioni della USPSTF sull’epidemiologia del tumore alla prostata, tuttavia, da questi primi dati, sembrerebbe esserci il rischio di un passo indietro per quanto riguarda la diagnosi, il trattamento e i tassi di sopravvivenza di questo tumore.
Si rendono naturalmente necessari ulteriori studi per approfondire cause e conseguenze di queste tendenze che sono emerse nell’ultimo periodo.
Alcune ricerche scientifiche suggeriscono una revisione delle linee guida proposte dalla USPSTF, in particolare sulla frequenza dello screening del PSA dopo i 50 anni in base al rischio dei pazienti e sulla combinazione con altri tipi di esami.

 

Il consiglio che i ricercatori della Weill Cornell Medicine si sentono di dare ai clinici è quello di valutare caso per caso l’utilità degli strumenti di screening, perché ogni paziente ha una storia a sé stante e bisogna sempre considerare il rischio individuale di tumore alla prostata, che può aumentare in base alla familiarità, alla razza, all’età e allo stile di vita.
Il rischio di sovradiagnosi non va mai sottovalutato, ma è altrettanto importante far capire il significato della prevenzione e dei benefici che i pazienti ne ricavano.

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vito de frenza vitodefrenza@gmail.com

29 Gennaio 2017

 

Qual e la differenza del intervento a la prostata fra laser e plasma?

ProstataNonSeiSolo

29 Gennaio 2017

 

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