Le emozioni del paziente: dopo la diagnosi

Le emozioni del paziente: dopo la diagnosi

8 Giugno 2016

Esploriamo le diverse emozioni che una diagnosi di tumore alla prostata può scatenare nel paziente. Partiamo da una certezza: parlarne con gli altri è la strategia migliore per superare le emozioni negative.

La dimensione emotivaLa diagnosi di tumore cambia inevitabilmente la vita, non solo del paziente, ma anche dei suoi familiari e della sua cerchia sociale. Si tratta, infatti, di una malattia che ha conseguenze sia fisiche che emotive.

 

Le reazioni possono variare molto da persona a persona. Alcuni si sentono in dovere di proteggere la propria famiglia e i propri amici, per cui assumono un atteggiamento forte e combattivo.
Altri cercano aiuto e sostegno, rivolgendosi ai propri cari e confrontandosi con associazioni di pazienti e sopravvissuti al tumore.
In certi casi ci si fida solo del proprio medico e ci si affida completamente alle sue decisioni.
Per alcuni pazienti la fede è un sostegno essenziale per elaborare la propria condizione di malato e convivere con il cancro.
È molto frequente, inoltre, oscillare tra diversi stati d’animo e provare emozioni amplificate rispetto al normale.

 

Ma quali sono le emozioni che più frequentemente colpiscono il paziente in seguito alla diagnosi di un tumore alla prostata? Sicuramente non esiste una ricetta valida per tutti e ogni individuo può reagire in modo diverso al problema: affrontare le emozioni non è semplice, ma riconoscerle può aiutare ad accettarle, gestirle e reagire con prontezza. Proviamo a dare un nome alle possibili emozioni.

 

Senso di impotenza

 

Dopo una diagnosi di tumore alla prostata, ci si sente sopraffatti, abbattuti, increduli (la cosiddetta fase dello shock), come se si fosse perso il controllo sulla propria vita. La malattia sembra diventare un marchio indelebile e sembra portare con se un fardello di domande a cui non si riesce a dare risposta, tra cui ad esempio:

 

  • Quanto mi resta da vivere?
  • Come farò a prendermi cura della mia famiglia?
  • Potrò continuare a lavorare?
  • Diventerò dipendente dagli altri?
  • Potrò continuare a fare quello che mi dà gioia (sport, viaggi, musica ecc.)?
  • Potrò essere ancora felice?

 

Prendere confidenza con i termini medici, familiarizzare con i parametri clinici di riferimento e decidere quale terapia iniziare sono ulteriori sforzi che vanno affrontati. Molti pazienti riferiscono di sentirsi indifesi ed incompresi, come se nessuno fosse in grado di capirli davvero.

 

Parlare con gli altri, esprimere le proprie angosce ed informarsi sulla malattia e le possibili terapie sono strategie vincenti per affrontare in modo consapevole e combattivo la situazione.

 

Rifiuto

 

Spesso sembra impossibile accettare il fatto di essere malati: e se il medico avesse sbagliato diagnosi? L’incredulità è un sentimento diffuso, soprattutto nel momento iniziale della diagnosi: convincersi di avere un tumore è come accettare di essere fragili.

 

Negare può essere una reazione normale, fino a che non interferisce con la scelta di un percorso di cura idoneo: ci si rifiuta di credere di essere malati, ci si pongono domande e si mettono in dubbio le affermazioni del medico. In questo caso è davvero importante affidarsi ad uno specialista di cui si ha stima e rispetto, ed esporre i propri dubbi ad amici e familiari.

 

Perdita di controllo e di fiducia in sé stessi

 

Ci si sente persi, indifesi, completamente in balia del tumore.
Non si ha fiducia nelle proprie capacità di ripresa, perché la malattia sembra invincibile.

 

In questi casi è davvero importante informarsi:

 

  • conoscere le statistiche e le probabilità di guarigione;
  • analizzare a fondo le diverse opportunità terapeutiche;
  • scegliere un medico o un ospedale in grado di trasmettere affidabilità;
  • entrare in contatto con associazioni di pazienti;
  • mantenersi aggiornati sulle ultime evidenze medico-scientifiche.

 

Prendere confidenza con la malattia è fondamentale per accettarla e imparare a conviverci.

 

Rabbia

 

Perché proprio io? Questa è la domanda più frequente nei pazienti oncologici. Ci si interroga sulle motivazioni per cui la malattia ha colpito proprio noi, ed è possibile che questa incertezza si tramuti in rabbia: rabbia nei confronti dei medici, rabbia nei confronti della famiglia o degli amici o dei conoscenti, rabbia verso il destino o rabbia verso Dio per chi è credente.
In questi casi è importante parlare, sfogarsi e, se necessario, rivolgersi ad uno psicologo.

 

Paura e preoccupazione

 

Nell’immaginario comune, la parola “cancro” lascia presagire scenari terribili di consunzione, dolore, debolezza, morte.
Tuttavia esistono varie forme di tumore e diversi stadi di gravità, per cui non bisogna lasciarsi spaventare dai luoghi comuni, ma è necessario, invece, informarsi, documentarsi, avere chiari i pro e i contro delle terapie cui ci si sottopone e affrontare con convinzione il proprio iter di cura.

 

Speranza

 

Alcuni individui reagiscono con grande forza d’animo e trovano dei motivi di speranza nelle persone che li circondano, nei progressi della medicina, nelle attività di tutti i giorni. Poter continuare a fare quello che ci dà gioia, è uno stimolo importante per conservare l’ottimismo e confidare nella guarigione.

 

In certi casi, sembra esserci una correlazione tra un atteggiamento positivo nei confronti della vita e le probabilità di successo della terapia.
A volte le storie di altri pazienti che sono sopravvissuti alla malattia, aiutano ad affrontare meglio la propria condizione, così come è molto importante mantenere le proprie abitudini e tenersi occupati.

 

Ansia, paura e stress

 

La malattia, le terapie e l’incertezza del futuro determinano molto facilmente uno stato di ansia che, se esasperato, può degenerare in stress. Ogni persona manifesta a proprio modo l’ansia: chi eccede con il cibo, chi perde appetito, chi sperimenta aritmie, chi diventa insonne, chi dorme troppo, chi non riesce a concentrarsi, chi si sente più debole o iperattivo ecc.

 

In definitiva, non esistono definizioni univoche dell’ansia e dello stress. Il consiglio è quello di riferire sempre al proprio medico ogni variazione nelle proprie abitudini fisiologiche o comportamentali, per poter intervenire in tempo a risolvere eventuali problematiche.

 

Tristezza e depressione

 

Dopo una diagnosi di tumore, è normale sentirsi tristi e sconfitti; inoltre, alcune terapie possono alterare l’umore e incidere negativamente sulla percezione della vita in generale.
La tristezza di per sé non è pericolosa, ma può capitare che degeneri in depressione, quando diventa persistente, quando ci si sente incapaci di provare altri sentimenti, quando si è più facilmente nervosi o umorali, quando non ci si riesce a concentrare, quando si piange spesso, quando non ci si riesce ad entusiasmare a niente, quando si pensa al suicidio ecc.

 

La depressione può, inoltre, essere associata a cambiamenti anche fisici, come perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, problemi intestinali, mal di testa frequenti, dolori di vario tipo, stanchezza cronica oppure iperattività ecc.
Qualsiasi alterazione delle normali funzioni del corpo o del comportamento non andrebbe mai sottovalutata e, lo ricordiamo ancora una volta, è essenziale riferire tutto al proprio medico: può essere necessario ricorrere ad una terapia per gestire la depressione (counselling psicologico, psichiatrico etc.).

 

Senso di colpa

 

La malattia può essere vissuta come un fardello, che grava su di noi ma anche sugli altri: non è raro che i pazienti si sentano di peso e che si ritengano responsabili delle preoccupazioni e del dolore che causano ad amici e familiari, se non addirittura colpevoli perché il loro stile di vita avrebbe contribuito allo sviluppo del tumore o per non aver contattato in tempo un medico.
Alcuni, poi, confrontano la propria condizione con quella delle persone sane e provano invidia, da cui spesso consegue un senso di colpa.

 

Rimpianto

 

Il rimpianto, come il senso di colpa, offusca la percezione del malato e gli fa desiderare di non aver compiuto determinati errori nel corso della sua vita. La paura della morte è una delle principali cause della comparsa del rimpianto: si vorrebbe poter tornare indietro, correggere i propri comportamenti, fare scelte più coraggiose o semplicemente migliori rispetto al passato.
Il rimpianto, però, è un modo distorto di guardarsi indietro, che impedisce di guardare avanti e di dare un ordine di priorità più significativo ai propri valori e necessità.
Ancora una volta, parlarne con persone di fiducia può aiutare a superare questa fase e a smettere di colpevolizzarsi.

 

Solitudine

 

La malattia può essere vissuta come qualcosa di talmente intimo che sembra quasi impossibile che gli altri possano comprendere: in questi casi i pazienti si sentono soli, distanti dagli altri e tendono ad isolarsi sempre più, rendendo difficile a parenti e amici intervenire per aiutarli.
Può accadere anche che, al termine di una terapia, il paziente si senta abbandonato, perché l’attenzione dei medici e dei familiari non è più concentrata esclusivamente su di lui.

 

Gratitudine e forza interiore

 

Talvolta i pazienti reagiscono alla diagnosi di un tumore con rinnovato entusiasmo nei confronti della vita e considerano il loro tempo sempre più speciale: si dedicano con maggiore energia ai loro progetti, recuperano rapporti prima trascurati, viaggiano e riscoprono passioni dimenticate.
Dedicare del tempo a quelle cose, persone o gesti che ci rendono felici aiuta a ritrovare la gioia di vivere, anche nella condizione contingente della malattia.

 

Non esiste un modo giusto o sbagliato di comportarsi, così come non esiste una soluzione applicabile a tutte le condizioni sopra descritte. L’unico vero aiuto può arrivare solo aprendosi agli altri, condividendo i propri stati d’animo e parlandone apertamente con chi ci sembra più adatto allo scopo: un parente, un amico, un medico, uno psicologo, una guida spirituale, un sopravvissuto al cancro ecc.
Non bisogna, comunque, sforzarsi: bisogna parlare con gli altri quando si è pronti a farlo, senza pressione o timore di non essere capiti fino in fondo.

 

Guardare alle cose belle e concentrarsi sugli aspetti positivi della propria vita è senza dubbio una strategia vincente per non farsi piegare dalla malattia e reagire in maniera costruttiva.
Per contro, non bisogna costringersi ad essere felici, spensierati o ottimisti a tutti i costi, pur di rallegrare chi ci circonda: non bisogna mai avere paura di manifestare le proprie emozioni, per quanto sgradevoli o preoccupanti possano essere.

 

Abbiamo sottolineato anche come sia inutile colpevolizzarsi: invece di cercare errori e passi falsi nel proprio passato, bisogna reagire con prontezza e riprendere il più possibile il controllo della propria vita.

 

Per riuscire a conservare un atteggiamento positivo, a volte è sufficiente dedicare un po’ di tempo a sé stessi, cercare di rilassarsi, fare attività fisica, mangiare in modo sano e bilanciato, evitare il consumo di alcol e dormire con regolarità.
Spesso organizzare i propri appuntamenti e la propria routine nel dettaglio permette di avere una sensazione di maggiore controllo sulla propria vita e sulla gestione della malattia.
Per alcuni può essere terapeutico anche scrivere i propri pensieri in un diario o dipingere, per dare voce alle proprie angosce e adattarsi meglio alla condizione di malato.

 
 

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